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Cappelletti o Tortellini?

cappelletti

All’inizio degli anni ’90 a Udine iniziarono ad arrivare i primi professori universitari per far crescere la giovane università friulana. Uno di questi, un giovane bolognese, nei primi tempi si trovò a mangiare spesso in un’osteria del centro abituato a ottimi piatti di pasta iniziò a ordinare all’anziana oste della minestra, passarono i mesi e lui continuò a mangiare diversi tipi di pasta in brodo fino all’estate quando notò in un tavolo vicino una coppia di signori gustarsi piacevolmente una bella porzione di gnocchi. A quel punto iniziarono diverse domande nella testa del giovane, lui era da mesi che desiderava qualcosa di simile ma ogni volta che ordinava come primo una minestra la signora, ignorando la temperatura esterna, continuava a servirgli grandi ciotoloni di acqua speziata.

Quel giorno allora il professore invece di restare nel ciclo continuo delle sue ordinazioni indicò felicemente quel tavolo esclamando “vorrei quello che mangiano quei signori!”, l’oste sorpresa ma esplicitamente sollevata rispose “ma allora non è ammalato! Sa… pensavo avesse dei grossi problemi di stomaco siccome continuava a ordinare sempre minestra”. Dovete sapere che a Bologna la minestra si divide in minestra asciutta e minestra in brodo mentre a Udine gli stessi piatti sono pasta e brodo, i due non riuscivano a comprendersi obbligando il povero cliente a una dieta forzata per ben 7 mesi.

Quel giovane professore era mio padre e questa è una delle tante discussioni che in famiglia restano ancora incomprese, mia sorella sostiene che fosse l’oste a non voler capire in quanto minestra è italiano mentre mia madre continua a pensare che mio padre preso nei suoi pensieri da chimico non alzasse abbastanza gli occhi dai suoi compiti per poter notare quante persone mangiassero pasta nel locale.

L’altra forte discussione capace di dividere il nostro nucleo familiare sono cappelletti o tortellini?

Infatti, la mia famiglia è per metà emiliana mentre l’altra parte è romagnola, praticamente una catastrofe annunciata. Ogni Natale, la scelta del primo piatto diventa una guerra sanguinaria per poi concludersi con sempre lo stesso vincitore: la cuoca di famiglia, mia madre e i suoi cappelletti.

I cappelletti ovviamente in brodo di cappone sono una tradizione romagnola, per poter arrivare alla perfezione che solo l’ombelico della venere può vantare, la pasta all’uovo deve essere così leggera da poter intravedere lo sguardo severo della madre o della nonna ravennate.

Iniziamo dal cuore del piatto: il ripieno. Un ripieno formato da formaggi tipici quali Squacquerone primo sale, ricotta e parmigiano. Le quantità dipendono dall’esperienza della persona ma soprattutto dalla ricetta di famiglia che nessuno si ricorda mai a memoria, non può mancare mai la noce moscata che se chiedete al mio ragazzo vi dirà che non ne può più siccome la metto anche nel purè in busta.

quel rimminchionito animale che per sua bontà si offre nella solennità di Natale in olocausto agli uomini

Pellegrino artusi

Dopo di che arriva il momento del brodo e qui cito un padre della cucina italiana Pellegrino Artusi che definisce il cappone “quel rimminchionito animale che per sua bontà si offre nella solennità di Natale in olocausto agli uomini”. Posso assicurarvi che se non avete intenzione di spendervi in questa colossale impresa potrete tranquillamente prendere un dado star alla carne e buttarlo nell’acqua, il risultato non sarà lo stesso ma come si sul dire poca spesa molta resa (con spesa vedi fatica.)

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